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Negli ultimi anni il differenziale tra l’economia dei beni di consumo e l’economia dei beni culturali si è progressivamente ristretto, man mano che si sono fatte strada convinzioni, sempre più fondate, sulla necessità di considerare i beni culturali in un’ottica più vicina al mercato e di dare a essi una gestione manageriale, più efficiente e più rispondente all’esigenza di qualità del servizio da parte dei fruitori.
E’ aumentata nell’intera popolazione italiana la consapevolezza di mettere un po’ d’ordine nell’immenso patrimonio culturale, che abbiamo per decenni mantenuto così male e valorizzato così poco. Gli enti che si occupano del problema si sono rinnovati sul piano giuridico- istituzionale al fine di individuare nuove formule e meccanismi che aiutino a recuperare/acquisire autonomia e responsabilizzazione, più efficienza nell’uso delle risorse e maggiore efficacia nella soddisfazione della missione istituzionale.
I beni culturali, i prodotti artistici, i servizi dello spettacolo forse non rappresentano, come reddito e occupazione, una quota di giro d’affari complessivo pari a quello dei grandi settori industriali, ma indubbiamente – insieme anche al loro indotto – producono effetti molto rilevanti sulle dinamiche sociali. Diventa quindi indispensabile una visione di maggiore compenetrazione dei mondi della cultura e dell’economia e ciò richiede un confronto aperto e senza tabù.
E’ persino banale sottolineare il peso dell’economia e del management nel settore della cultura. E’ infatti proprio grazie all’accorto uso delle risorse economiche – specialmente in questo periodo di welfare declinante e di ricerca forsennata di fonti finanziarie per la spesa pubblica - che alcuni processi culturali o di intrattenimento riescono a realizzarsi, rendendo disponibili più mostre, più film, più rappresentazioni teatrali.
Ciò nonostante il concetto, legittimo e da preservare, che l’arte sia bene di merito e che pertanto non si debba piegare solo alle leggi del mercato, ha perpetuato per molto tempo il valore della  unaccountability della cultura, e cioè dell’assenza di vincoli che costringesse i soggetti a rendere conto del proprio operato.

Questa carenza di sensibilità economica ha accumunato il fronte intellettuale e i conservatori più irriducibili, i quali hanno sollevato sempre gli scudi ogni qualvolta ci fosse una richiesta di maggiore efficienza e di minori sprechi. Tale impostazione ha finito per tramandare per decenni settori culturali e di spettacolo condotti con molta ingegnosità, ma con finalità semplicemente di sopravvivenza, spesso minimizzando gli introiti per produrre – nonostante e difficoltà finanziarie – il meglio possibile.
Sul valore intrinseco della cultura e intorno alla questione della necessaria “inutilità dell’arte” sono corsi fiumi di inchiostro, come recentemente nel libro Art for Art’s Sake del direttore del Barbican Center di Londra, John Chooser. L’attuale polemica sui tagli che la manovra economica ha prodotto sugli enti culturali potrebbe essere utile ad avviare un bel dibattito su come le risorse pubbliche debbano essere virtuosamente allocate. Il problema non è se alcune istituzioni poco utili e efficienti debbano essere poco finanziate (ciò sembra evidente, in un momento storico in cui lo Stato non ha mezzi per comperare le lavagne nelle scuole elementari o per riassortire le gazzelle della Polizia Stradale); il problema invece sta nello strumento con cui si misura l’utilità e la ricaduta culturale,
sociale e economica dell’istituzione che viene finanziata. Forse la famosa lista delle 272 istituzioni culturali che sembrava che il Governo volesse abolire dovrebbe ripartire da lì.

 


Severino Salvemini
Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale e Direttore del Corso di Laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione e Università Bocconi
Membro del Consiglio Scientifico, Florens 2010

 

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